Una roggia per quattro parchi: la Roggia Scotti

Alla fine del Seicento, il conte Giovanni Battista Scotti, nel dare inizio alla realizzazione, della sua “villa di delizia”, a Oreno, immortalata nei disegni di Marc’Antonio dal Re, e pubblicati negli anni Venti del Settecento sul volume:“Ville di delizia o siano palagi camparecci nello Stato di Milano” si trovò nella necessità di dotarsi dell’acqua necessaria per rendere oltremodo spettacolare il parco e i giardini della villa.

Nel 1692, il conte acquista i “diritti d’acqua” di: “ragione del signor Giovanni Parravicino (che aveva il suo palazzo a Rimoldo) … dopo l’uso del suo molino appellato d’Imparì… per fare un cavo… et condurla (l’acqua)... per adacquare detti beni d’Oreno”. Realizza dunque un corso d’acqua artificiale lungo ben 13 chilometri. Oggi a distanza di 330 anni, la curiosità di scoprire cosa rimane di questa importante opera idraulica. Sarà uno scavallare fra i differenti parchi o ex parchi che interessano il nostro territorio. Dai Colli Briantei, al quello del Curone, per passare nel Parco Molgora e quindi dopo essere rientrati nei Colli Briantei, approdare a quello della Cavallera.

Il percorso con l’indicazione delle località che s’incontrano

Nella complessa gestione delle acque, che caratterizzavano il bacino da cui prendeva avvio la “Roggia Scotti” il conte si accollò oltre alla realizzazione del manufatto per portare l’acqua a Oreno, l’obbligo della manutenzione dei diversi fontanile e fontane che alimentavano i differenti corsi d’acqua interessati. La fontana di Ossola era quella situata più a nord, collocata nella prossimità del molino Cattaneo convogliava le sue acque nel torrente oggi chiamato Lavandaia, una volta indicato come Fiume, Cavo Fiume o ancora Fiume di Missaglia.

Il corso d’acqua riceveva poco più avanti la roggia Nava, già citata con questo nome nel 1356 in un atto d’assegnazione di beni alla chiesa di Missaglia: “…prato con salici detto ad Navam”. Il nome Nava ritorna nell’identificare le tre fontane vicino a Bernaga, che ancora lo Scotti teneva pulite, scendendo c’era il “Fontanone”, oggi interrato e finalmente la “Fontana di mezzo”, recuperata e resa attiva ad opera del Parco del Curone qualche anno fa, raggiungibile dalla prima traversa a sinistra, 700 metri dopo il “Tricudai” andando verso Maresso.

La zona dove sgorga la “fontana di mezzo”
A sinistra, la testa del fontanile come si presenta oggi, a destra la stessa zona con il cippo, durante i lavori di ripristino

Ancora la presenza di un cippo impiantato nell’epoca in cui la roggia era attiva, attesta la proprietà dei Gallarati-Scotti. Cippo che nella ricognizione fatta in questi giorni, non è stato possibile rintracciare, forse coperto dalla fitta vegetazione, che ha avviluppato il fontanile, rendendolo di fatto quasi inaccessibile. La polla d’acqua s’incanala nel rigagnolo e 2-300 metri entra nel torrente Lavandaia, che poco più a sud del “Tricudai” mescolandosi con le acque della Molgoretta-Curone, diventa la Molgora di sopra (oggi indicata come Molgoretta) dirigendo a questo punto verso Imparì.

Mappa d’epoca con i vari corsi d’acqua e i loro tracciati

Al tempo del conte Scotti la roggia, scaturita dal fontanile descritto e aumentata da un secondo canale, uscito dalla Lavandaia, continuava autonoma la sua corsa andando a costeggiare la via che riporta al “Tricudai”, a questo punto intersecava il Curone, e quindi raggiungeva la Cappelletta di Lomagna, poco dopo svoltava a destra per mettere in funzione il “Mulino del Conte” (in questo caso Secco-Borella). Finito tale compito dirigeva verso la Molgora (oggi come detto, Molgoretta) dove una possente diga, la “Diga Scotti”, permetteva che le acque incanalate, attraversassero il fiume, andando a costituire un nuovo canale che parallelo alla Molgora, raggiungeva finalmente il molino d’Imparì. Esauriente su quanto esposto, la mappa storica proposta. Oggi possiamo ancora apprezzare l’edificio del “Mulino del Conte”, così come i resti della diga.

La zona del torrente Molgora, oggi Molgoretta, dove era collocata la diga Scotti (la cius)
Il mulino del Conte nel territorio di Lomagna

Questo luogo è noto alla gente del posto come la “cius” (appunto chiusa), ed era usata ancora negli anni Sessanta del Novecento dai ragazzi, come palestra di tuffi e nuoto. Ci piace ancora citare questa filastrocca, nota ai vecchi di Usmate, sulla qualità delle acque che stiamo raccontando, quando da ragazzi ne bevevano: “l’acqua corrente la beve il serpente, la beve Dio, la bevo anch’io” . Dopo Imparì il conte Scotti, oltre alla costruzione del canale, dovette acquisire i terreni su cui lo stesso scorreva.

Rara immagine d’epoca del mulino d’Imparì, fine Ottocento, si noti la distesa di tela sul prato, per la “sbianca” del tessuto

Il percorso più diretto verso Oreno doveva passare per Usmate, tanto che abbiamo un atto notarile di vendita di strisce di terreno da parte della famiglia Bescapè, insediata dove oggi sorge Villa Borgia. All’interno del parco è ancora presente un manufatto che serviva a scavalcare la roggia e permettere ai Bescapè di andare nella loro vigna nota come Baraggia. Il canale è ricordato ancora in paese, per la presenza dellacurt de la rogia, prossima al parco e lambita dal cavo. Sempre nei ricordi, prima che la roggia venisse “tombata”, un lavatoio vicino alla corte era utilizzato dalle donne del paese. La tombinatura che risale agli anni Sessanta, ha interessato la totalità del percorso in Usmate, quindi la via che proviene da Imparì, poi via Leonardo da Vinci che conduce al parco di Villa Borgia, per seguire con via Milano, sino a giungere al Bettolino.

Il ponticello, all’interno del parco di Villa Borgia a Usmate, sotto passava la Roggia Scotti
Il ponte detto del “tronino”, dove la roggia percorreva l’ultimo tratto prima del parco in “sopraelevata”

Il percorso piegava a questo punto nei terreni dove oggi sorgono i campi da golf, la roggia è qui riconoscibile per la disposizione degli alberi e di alcuni laghetti, che ne ricalcano il percorso. In questa zona il conte Scotti aveva acquistato terreni da Prospero Crivelli, nella prossimità del “Cazzullo”, oggi club house del golf. Sono ancora i filari di piante a restituire il percorso della roggia oltre il golf nell’avvicinare e superare la Sp 177, la “bananina di Usmate”, per poi interessare, sempre con la loro presenza, anche se non continua, l’area ex IBM, e giungere finalmente nella prossimità del parco della Villa Gallarati-Scotti, dove un tratto del cavo è ancora conservato e presenta il pregevole “ponte del Tronino”, sopraelevato sul piano della campagna che permetteva all’acqua di entrare nel parco attraverso una breccia, oggi murata.

Ultimo tratto della roggia, nel riquadro l’apertura oggi murata, che immetteva nel parco

Già molto prima degli interventi descritti, sulla copertura del corso d’acqua, che hanno di fatto decretato la scomparsa della “roggia Scotti”, era venuto meno l’apporto alla villa delle acque per i suoi “giochi”. Oltre al mutato sistema della gestione delle acque pubbliche, a cui anche i Gallarati-Scotti si erano adeguati, all’inizio degli anni Trenta del Novecento il laghetto nel parco, costruito nell’Ottocento, fu prosciugato a causa di una pericolosa falla, evento che di fatto svilì la funzione del corso d’acqua. Da quel momento il fabbisogno interno del parco fu mutuato da un pozzo scavato in loco.

Villa Gallarati Scotti di Oreno, a fianco la rappresentazione della stessa e del parco, in una stampa di Marc’Antonio dal Re, nel Settecento, prima delle radicali trasformazioni, occorse all’inizio dell’Ottocent

I tratti a nord della roggia rimasero ancora in uso ai comuni attraversati, con precarie convenzioni tra gli stessi e i Gallarati. L’ultimo utilizzo a cessare fu presso il lavatoio pubblico in località Lavandaio, nel comune di Lomagna nel 1964 “causa prosciugamento roggia Scotti per interrotto deflusso dell’acqua a monte…”.

Paolo Cazzaniga


Una riflessione sulla qualità dell’aria

Da alcune settimane i resoconti sulla qualità dell’aria nel nostro territorio danno costantemente un giudizio di “moderata qualità”. Tutto questo in una primavera senza pioggia, almeno fino a questi giorni.
Si tratta di una discontinuità rilevante rispetto ai dati del passato: da anni a questa parte, dalla bassa padana sino alla fascia pedemontana, si è sempre oscillati tra valori primaverili che qualificavano l’aria come scadente o pessima.

La Pianura Padana, per diversi motivi, è da tempo la zona d’Europa con i peggiori livelli di smog, con il maggior numero di decessi per problemi respiratori e con il maggior numero di patologie respiratorie (per limitarci ad un esempio, a Milano la media di bambini con problemi di asma è il 28%, contro una media nazionale del 13%).

Alcuni studi ipotizzano che la scarsa qualità dell’aria sia un altro dei motivi per cui la covid-19 qui ha avuto gioco più facile.

Sarebbe opportuno cogliere la triste occasione offerta dall’epidemia per avviare una riflessione e fare quello che la politica negli scorsi anni non ha avuto la volontà o la forza di fare: prendere seriamente in considerazione anche le altre emergenze con cui conviviamo (senza tutto il clamore che accompagna il virus). In primo luogo, la crisi ecologica.
Nei giorni di lockdown – con metà degli addetti comunque al lavoro – il solo ‘smart working‘ (pur senza infrastrutture tecnologiche ed organizzative adeguate) ha riguardato più di 2 milioni di italiani e sembra aver inciso significativamente, anche nel nostro territorio, sui volumi del traffico veicolare.

Molto si può fare, spronando la politica e limitando un sistema economico basato su interessi di corto raggio. Gli studi e report scientifici prodotti in questi giorni parlano di incentivare il lavoro agile, incrementare il numero di mezzi elettrici, favorire gli spostamenti a piedi e in bicicletta, il car sharing e l’uso di mezzi pubblici.

La scelta non può essere tra morire di fame o morire gasati dal biossido di azoto. Bisogna ripartire, sì, ma verso qualcosa di nuovo. Ci siamo mobilitati – politica, scienza, cittadini – per contenere l’emergenza “corona virus”, possiamo iniziare a ragionare e impegnarci allo stesso modo, ora, anche sulle altre, non meno gravi, problematiche da affrontare?

Associazione Colli Briantei


Nelle belle giornate di primavera

Nelle belle giornate di primavera, addentrandosi nei boschi del nostro parco, i Colli Briantei, percorrendo i sentieri e poi nei prati, capita di essere accolti da un benefico silenzio, qualche cinguettio lontano, un Picchio al lavoro e talvolta si viene avvolti da un’onda di profumo. È proprio allora che ci si accorge di essere circondati da un mondo meraviglioso… Succede che nel mettersi a cercarne l’origine, ci si avvicina ad arbusti, piante ed erbe fiorite.


Ci si accorge che quelle che sembravano solo erbacce tutte uguali, spesso portano fiori piccoli ma bellissimi e particolari. Talvolta al nostro sguardo si mostra una macchia uniforme verde-azzurra che caratterizza un prato da lontano è, in realtà, un effetto ottico dovuto alla sovrapposizione di tante sfumature diverse, che vale la pena di conoscere più da vicino.

Allora bisogna fermarsi, bearsi di tanta meraviglia. L’impatto con gli alberi è stupefacente. Querce, aceri, castagni, noccioli, ciliegi selvatici, abeti, gelsi e qualche verdissimo e leggiadro tasso che spicca per il suo colore intenso. Le Robinie, unitamente ai sambuchi, sono in fiore ed attirano i primi insetti che bottinano instancabili e frettolosi tutto quanto c’è a disposizione. In basso, in prossimità dei cespugli, ben esposto al sole, qualche piantina fiorita di acetosella, più lontano qualche ceppo isolato di primule gialle e di nontiscordardime! Nella radura, le margherite, in tutto il loro splendore, la fanno da padrone.

Tanti colori: bianco, giallo e qualche macchia di rosso. Sono i primi papaveri che spiccano tra i filari di grano o in prossimità di qualche crocicchio sassoso. Attirati da un fruscio silenzioso alziamo incuriositi il nostro sguardo. Alcuni scoiattoli si arrampicano sui tronchi e si lanciano da ramo in ramo.

La pandemia da Covid-19 ha rallentato e, in alcuni casi, fermato le abitudini e le attività dell’uomo ma non quelle della natura che, approfittando di questa situazione, quasi di nascosto si è riappropriata di qualche spazio prima negato.

Riprendiamo le nostre passeggiate osservando le regole di rispetto reciproco che la situazione attuale impone, non trascuriamo le nostre abitudini di naturalisti curiosi ed esploratori.

Bisogna solo saper aspettare diligentemente che le situazioni cambino. Buone passeggiate a tutti!

Gruppo Micologico Naturalistico Usmate Velate

Valle del lupo, Rio dei Morti, Strada delle Spazzate

Valle del Lupo, Rio dei Morti, Strada delle Spazzate, tre toponimi che evocano epoche e fatti più o meno lontani nel tempo. Prima di addentrarci nel descrivere le vicende e le particolarità dei luoghi citati, la doverosa collocazione geografica. Siamo ad Arcore, nella zona al limitare fra il Parco Regionale della Valle del Lambro e quello dei Colli Briantei. Nella prossimità di Villa Borromeo, appena imboccata la strada che conduce verso Peregallo, sulla destra via Col di Lana, che lambisce la mura del parco della villa arcorese.

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Tratto iniziale della Strada delle Spazzate

Abbandonata la parte asfaltata della via, ci si inoltra nello sterrato del sentiero che prosegue costeggiando la cinta. Siamo appunto sulla Strada delle Spazzate, così come era indicata un tempo. Mi sono chiesto quale significato avesse il termine “Spazzate”, ma anche i più addentro nelle “verità”del territorio arcorese non hanno saputo fornirmi lumi.

Cappella dei “Mort Lungh”

Questa strada, sempre nel tratto della mura del parco, incontra la cappella nota come “I mort lungh” – ad indicare morti deceduti da “lungo tempo” – edificata durante le ristrutturazioni della proprietà Borromeo-d’Adda a cavallo tra Ottocento e Novecento. In questo piccolo spazio, segnato da una croce posta su un tumulo di sassi, contenuti in una nicchia, si ricordano i morti delle due pestilenze, quella del 1576 “peste di San Carlo” e del 1630, la “manzoniana”. Anche Arcore pagò il suo tributo, durante queste epidemie. Nel libro dei “Battesimi”, custodito in Parrocchia, a proposito della peste del Seicento, si colgono annotazioni che segnarono il periodo. Un battesimo risulta celebrato in casa “per sospetto di pesti”, un altro “alle gabane”, un rudimentale lazzaretto, allestito proprio nelle vicinanze dei “Mort lungh”. Un po’ tutta questa zona risulta legata alle inumazioni di persone morte durante le epidemie di peste, che periodicamente colpivano le popolazioni.

La Valle del Lupo e il suo bacino imbrifero
Il percorso : in evidenza i luoghi citati nell’articolo

Ecco che il Rio dei Morti scorreva in questi spazi, da cui il nome. Dunque lasciati i “Mort lungh” si va ad intercettare sullo stesso sentiero poco più avanti una griglia, attraverso la quale uscendo dal parco, sgorga il piccolo corso d’acqua, che oggi per gran parte intubato, una volta scorreva a cielo aperto, attraversa le zone pianeggianti, per sfociare nel Lambro, poco discosto dalla località Molinetto.

Il rio dei Morti esce dal Parco lungo il tratto basso di Via delle Spazzate

Il tratto del Rio dei Morti, che vediamo uscire dal parco, ha le sue origini, nella zona retrostante il Ravanel, (che incontriamo poco più avanti, sulla stessa “Strada delle Spazzate”), si tratta del primo gradino degradante dello zoccolo dell’altopiano verso Lesmo. Il bacino imbrifero, risale fino al piano prossimo alla proprietà Fossati e alla località Fornace e risulta segnato da rilievi che nei tre vallivi che lo compongono, raccolgono e guidano i flussi meteorici verso il piano.

La salita del Ravanel, mentre il rio lascia il Parco
Il Ravanel, sulla sinistra prosegue via delle Spazzate

La valle percorsa dal Rio dei Morti, che nell’Ottocento sarà a sua volta indicata come Valle dei Morti, alle porte del Settecento, nella rappresentazione topografica del territorio voluta dal “Catasto Teresiano”, risultava censita con il nome di “Valle del Lupo”.

Il Catasto Teresiano del 1721 con ingrandimento sulla Valle del Lupo

Ricordiamo come all’epoca, tutta la fascia collinare compresa fra Arcore, Bernate, Velate, Camparada, Lesmo e giù giù fino a Gerno e alle valli di Pegorino e Correzzana, costituiva un’unica foresta, a tratti inframmezzata da qualche campo coltivato. Non ci deve meravigliare dunque la presenza del lupo che godeva così di un habitat ideale. Dall’Archivio Parrocchiale di Arcore, la conferma di tanta famelica presenza:

…Milleseicentocinquantaquatro…
Adì 5 luglio è stato divorato dal lupo un figlio di Hieronimo Chignolo chiamato Francesco e si è trovato solamente il capo con un brazo et l’intestini et era di età d’anni sette in circa…”.

Il rio intercetta la parte alta di via delle Spazzate ed entra nel Parco di Villa Borromeo

La strada delle Spazzate, una volta raggiunto il Ravanel (Chalet degli alpini, in passato portineria defilata della Villa Borromeo), prosegue con il nome di via Col di Lana, e dopo un centinaio di metri piega a destra e riduce la propria carreggiata, sino a diventare un sentiero tra gli alberi, continuando per circa 300 metri, dove intercetta via della Fornace. Questo tratto, all’interno della Valle dei Morti, riferendoci allo stato delle rilevazione del 1721, ha subito profondi adattamenti, in parte anche in epoca non recentissima. Tra tutte, la ristrutturazione della villa e delle pertinenze, eseguiti tra il 1870 e il 1900, che il Marchese Emanuele d’Adda, affidò all’architetto Alemagna. Lavori che comportarono l’adattamento dell’ingresso (ex villa padronale), la trasformazione della casa dell’Abate d’Adda nella villa odierna e dei giardini. Tali operazioni determinarono la necessità di un notevole apporto di massi di ceppo, ciottolame e terra, usati per tracciare i viali interni al parco, la nuova strada esterna e colmare i valli che interessarono da vicino la “Strada delle Spazzate”. La mano d’opera per escavazioni e trasporti, fu a carico dai contadini affittuari, costretti dai contratti a dare disponibilità per lavori mal retribuiti. A questi collaborarono anche i coloni del conte Casati che aveva alcuni scampoli di proprietà sul confine col d’Adda; il Casati possedeva una cava di sabbia (l’ex cava Giulini, vicino al Bettolino a Velate) e sul libro delle contabilità tenuta dei Casati con i contadini, in quel periodo, sono annotati molto spesso trasporti di sassi dalla Cava alla “Strada delle Spazzate”.

Il cippo che demarca i limiti delle proprietà e i cartelli segnaletici del Parco dei Colli Briantei

In corrispondenza dell’incontro delle “Spazzate”, con via Fornace, incontriamo un cippo a indicare i limiti delle proprietà, fra i Casati e i d’Adda. Abbiamo a questo punto del percorso due opportunità, proseguire verso la località Fornace e quindi per campi e sentieri indirizzarci verso Lesmo.

La strada che scende verso la portineria Cazzola

La seconda possibilità ci conduce, piegando a destra dopo il cippo citato, alla discesa, costeggiando il muro della proprietà Cazzola, che lasciamo alla nostra sinistra, sino a giungere alla portineria della stessa villa e quindi ritrovarci su viale Brianza che conduce, a destra verso Camparada e a sinistra riporta verso il centro di Arcore.

Paolo Cazzaniga (elaborato da un lavoro di Tonino Sala)


La vera origine della Madonna del Passin

Usciti da Velate sulla strada che conduce a Rogoredo via Verdi, s’incontra, a un certo punto sulla destra della strada, l’indicazione per la “Corte Giulini”, un ulteriore cartello indica nella stessa direzione “Madonna del Passin”, che raggiungiamo dopo aver imboccato il primo sentiero che incontreremo sulla destra. Una piccola cappella campestre, molto nota nella zona, che segna con la sua presenza un culto intimamente sentito per la Madonna.

Veduta aerea di Corte Giulini

La costruzione, opportunamente protetta da una balaustra che ne cinge la parte frontale, risulta sormontata da un’ulteriore inferriata. Nella parte centrale, un cancello a punte lanceolate, decorato con una croce. All’interno la Madonna del Rosario, protetta da una teca in vetro. La Vergine in abito rosso e mantello blu, tiene in braccio Gesù benedicente. La mano destra del Bambino regge tre rose, stessa cosa fa la Madonna con la mano libera e nella stessa mano tiene la corona del rosario.

Posizione di Cascina Tamburina tra il 1721 e oggi

L’opera è un lavoro di Fiorentino Vilasco, pittore attivo nella Brianza e a Monza dagli anni ’50 ai ’70 del Novecento. Autore tra l’altro, di diverse decorazioni all’interno di alcune chiesa in Brianza. Vogliamo a questo punto segnalare la curiosa origine di questo luogo di culto. Qui in passato sorgeva la Cascina Tamburina, oggi con lo stesso nome identifichiamo il complesso edilizio profondamente ristrutturata, posto a circa 400 metri in linea d’aria, più a sud, verso il paese. Vediamo i contorni di questa singolare “traslazione”.

La scomparsa Cascina Tamburina, che qui sorgeva, era stata di proprietà nel ‘500 della famiglia Albrizzi e poi, nel primo quarto del ‘600 del Monastero di Santa Margherita in Monza. Dopo altri passaggi di proprietà, nel 1854 giunge nelle disponibilità della Contessa Maria Beatrice Belgiojoso. In quel momento lo stato dell’edificio è ormai fatiscente, se non addirittura crollato o abbattuto. Da una mappa del 1855, un nuovo edificio collocato come abbiamo detto più a sud, verso il paese, risulta indicato sempre come Tamburina, nella collocazione precedente, superstite solo un portico denominato “alla Madonna”. Alla luce di quanto esposto, possiamo pensare che gli abitanti o meglio i massari della contessa, abbandonato il vecchio edificio non più utilizzabile abbiano, voluto mantenere lo stesso nome alla nuova costruzione. Con una punta di malizia dobbiamo però segnalare come una legge del 1857 prospettasse vantaggi economici, a chi avesse restaurato vecchi edifici, benefici non concessi sulle nuove costruzioni, quale era la recente cascina. L’intrepida contessa non mancò di dichiarare al Fisco, le migliorie apportate alla Cascina Tamburina e goderne dei benefici fiscali. Senza andare troppo per il sottile la situazione che si era venuta a creare, più o meno furtivamente, aveva consentito un risparmio alla nobil donna sulle tasse da pagare. Come abbiamo detto della vecchia Tamburina venne salvato un modesto portico che conteneva l’effige della Madonna. Il simulacro ebbe sempre un forte legame con la cascina ricostruita più a sud, tanto che nel 1924, abitanti di questa località, contribuirono nella sistemazione del diroccato muro su cui insisteva la pittura e provvidero ad elevare l’edificio in sembianze prossime a quelle odierne.

Cascina Tamburina, anni ’70

Il materiale edile utilizzato fu donato dalla famiglia Casati che nella linea dinastica continuava la discendenza dei Belgiojoso.

Il 10 maggio del 1924 fu inaugurata la struttura con una nuova pittura opera di Gian Battista Briani. Il 4 luglio del 1954, compimento di un nuovo restauro che indusse il parroco Don Fantoni ad intitolare il luogo, alla “Madonna della Campagna”. Ancora vent’anni dopo, si tentò una nuova titolazione, Don Angelo Zurloni, opto per “Madonna del Bell’Amore”.

Il sito oggi

Questi tentativi non ebbero successo ed ancora oggi la meno altisonante denominazione di “Madonna del Passin” rimane ben salda nella tradizione locale. Cultori locali affermano che “Passin” fosse il soprannome del capofamiglia di certi Magni, che abitavano la ricostruita Tamburina e avevano in affitto i terreni, dove appunto era posta la rappresentazione della Madonna.

Paolo Cazzaniga


27 marzo, un percorso comune per i Colli Briantei

Con questa lettera vorremmo lanciare una proposta a tutte le persone e le associazioni che hanno a cuore il nostro territorio.

Siamo un gruppo di persone e associazioni che in questi anni hanno creato e animato il forum delle associazioni amiche del Parco dei Colli Briantei e che ritengono che quella esperienza vada oggi ripensata e ampliata.

Il contesto della Brianza collinare è unico; qui gli spazi urbani, agricoli e naturali si mescolano con grande intensità e questo comporta rischi, ma anche opportunità uniche.

I rischi, ahinoi, sono sotto gli occhi di tutti: il cemento avanza, il dissesto idrogeologico aumenta, l’aria che respiriamo è di pessima qualità, modi di vivere e produrre ancora legati a schemi del passato inquinano oltremisura l’ambiente.

L’opportunità, invece, è di poter godere di spazi agricoli e naturali fuori dalla porta di casa, poter restare in contatto con la natura che ci circonda; con consapevolezza, potremmo prendercene cura come fosse un grande giardino comune.

Riteniamo, infatti, che il miglior modo per difendere l’ambiente sia conoscerlo.

Riteniamo, infatti, che il miglior modo per difendere l’ambiente sia conoscerlo. Quando instauriamo un rapporto con l’ambiente circostante iniziamo a volergli bene. Per questo consideriamo importante creare occasioni in cui, tutti insieme, tornare sui sentieri, vivere il paesaggio, conoscere piante e animali per i quali il nostro territorio è ancora oggi casa. Dobbiamo tornare a parlare insieme di ecologia, per capire come fare a trovare un equilibrio tra le nostre esigenze e quelle dell’ambiente che ci ospita, sapendo che una buona qualità della vita deve tenere insieme tutti e due gli aspetti.

L’esperienza degli anni passati con il forum delle associazioni del Parco dei Colli Briantei ci ha fatto capire che:

1- i nostri paesi hanno un tessuto associativo invidiabile, ci sono tante persone che si danno da fare e che contribuiscono con le loro attività a tutelare il territorio e a dargli valore: gruppi di cammino, associazioni sportive, associazioni che si occupano di cultura locale, di cibo e agricoltura, gruppi che tengono in vita tradizioni del mondo contadino, associazioni ecologiste, persone che semplicemente hanno a cuore e vivono con rispetto la natura circostante. Ognuno di questi soggetti a modo suo aiuta gli altri a conoscere, apprezzare, vivere, il territorio.

2- gli enti locali, i parchi, le istituzioni che presidiano i nostri paesi hanno bisogno di una mano, perché possono arrivare fino a un certo punto. I piani urbanistici, ad esempio, pongono regole importanti per la salvaguardia dell’ambiente, ma queste regole non sono sufficienti se i luoghi che abitiamo non sono sentiti e vissuti come parte di un patrimonio comune da salvaguardare.

La nostra proposta è quindi di rilanciare il modello del forum, di uno spazio collettivo di confronto e coordinamento, per mettere a sistema le molte attività che già si svolgono e che danno valore al nostro territorio e aggiungerne di nuove. Insieme saremmo di più e più efficaci.

Per noi è importante partire dal Parco dei Colli Briantei perché qui siamo nati e a questi luoghi siamo particolarmente legati, ma vorremmo farlo aprendoci a tutte le realtà interessate a lavorare con noi per promuovere una cultura ecologica.

Fedeli al vecchio motto: “pensare globale, agire locale” è ora di rimboccarsi le maniche e iniziare a darsi da fare partendo da qui.

Come dimostra anche la presa di coscienza da parte di tanti studenti in Italia e nel mondo, siamo in un momento di crisi ecologica globale in cui non si può più rimanere passivi, restare ad aspettare che qualcuno migliori la situazione per noi. Fedeli al vecchio motto: “pensare globale, agire locale” è ora di rimboccarsi le maniche e iniziare a darsi da fare partendo da qui.

L’invito è rivolto a tutti, singoli cittadini ed associazioni. L’appuntamento è per venerdì 27 marzo 2020, ore 21.00, presso la sala delle colonne di Villa Scaccabarozzi a Usmate Velate per conoscerci, condividere le idee e le iniziative che abbiamo in mente ed impostare un percorso comune.

Il comitato promotore

Terre alte

This land is your land, si riparte da qui, dai Colli Briantei, luoghi dove siamo nati e a cui siamo affezionati. Ripartiamo da qui aperti alla collaborazione con tutte quelle realtà, associazioni, cittadini, che vorranno collaborare alla tutela e valorizzazione di questo generoso e martoriato territorio.