“Scatti in Brianza” il concorso fotografico dedicato al nostro territorio

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato del Gruppo Valle Nava relativo al concorso fotografico Scatti in Brianza, a cui, anche quest’anno, daremo il nostro sostegno. Partecipate!

2020, un anno che chiede più attenzione per la natura

Il 2020 è stato ed è un anno faticoso per tutti noi, l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo a causa dell’epidemia di covid-19 ha modificato molte delle nostre abitudini e certezze. Come associazione che si occupa di ambiente non abbiamo perso occasione per sottolineare quanto il tema della tutela ecologica sia, davanti a questi avvenimenti, ancor più meritevole di attenzione.

Anche per questo siamo convinti che, per quanto possibile, sia utile portare avanti i propri impegni ed iniziative cercando di farle convivere con il tempo presente. Così anche quest’anno vogliamo proporre “Scatti in Brianza”, pur riadattando e organizzando la manifestazione con tempistiche più flessibili.

L’ottava edizione di Scatti in Brianza

Scatti in Brianza” è il concorso fotografico che ormai da otto anni il Gruppo Valle Nava organizza in collaborazione con il Parco dei Colli Briantei –  e con il Patrocinio del Parco Regionale della Valle del Lambro – per puntare sguardo (e obiettivo) sul nostro territorio, il suo paesaggio, la sua fauna e la sua flora.

Il concorso 2020, come in passato, è articolato in quattro differenti categorie:

  1. #Fauna: immagini che raccontano la vita degli animali che popolano le nostre terre.
  2. #Flora:  gli scatti dedicati alla flora che caratterizza i nostri spazi verdi.
  3. #Paesaggio: il paesaggio brianzolo immortalato in tutte le sue declinazioni.
  4. #Vita nel Parco: le foto scattate all’interno del Parco dei Colli Briantei, alla ricerca dei tanti modi possibili di osservare e vivere il parco.

In ricordo di Alberto Canobbio

L’edizione , come la precedente, è dedicata alla figura di Alberto Canobbio, per tutti noi del Gruppo Valle Nava e per gli amici del Parco dei Colli Briantei l’occasione per ricordare amico che tanto ha fatto per il suo territorio, ma soprattutto un grande amante della fotografia naturalistica e, sin dalla sua prima edizione, uno degli animatori della giuria di Scatti in Brianza. La serata finale del concorso la dedicheremo a lui e, per l’occasione, oltre alle normali premiazioni di categoria, la giuria istituirà un premio speciale alla sua memoria.

Tempi e modalità di partecipazione

Tornando al concorso, ricordiamo che le foto dovranno pervenire all’indirizzo vallenava@gmail.com in formato digitale, dal 20 novembre  al 20 dicembre 2020.
Ogni partecipante potrà inviare un massimo di 3 fotografie (di categorie diverse o della medesima categoria) in un’unica mail, in cui dovrà indicare: nome, cognome, numero di telefono ed indirizzo e-mail dell’autore dello scatto, luogo di realizzazione, titolo dell’immagine e categoria per la quale intende proporre ogni singolo scatto.

Per ogni altra informazione vi invitiamo a prendere visione del bando di concorso cliccando qui sotto.

Premiazione nella primavera 2021

La serata di premiazione sarà nella primavera 2021, ma non ha ancora una data e una collocazione precise. Le stabiliremo valutando attentamente l’andamento della situazione sanitaria e la organizzeremo nel rispetto delle disposizioni anticovid previste in quel momento. Comunicheremo i riferimenti dell’appuntamento conclusivo via mail ad ogni partecipante e attraverso il nostro sito internet al pubblico interessato.

Sperando di vedervi partecipare numerosi, vi invitiamo quindi a tirare fuori “dai cassetti” le migliori immagini che avete scattato in questo strano 2020 e a partecipare numerosi!

Gruppo Valle Nava

La Madonna del Dosso di Velate, miracoli o eresia

a cura di Paolo Cazzaniga

Il 16 luglio la Chiesa celebra la ricorrenza di “Nostra Signora del Monte Carmelo”, più semplicemente la Madonna del Carmelo, a cui ricordiamo è dedicato l’edificio religioso, a forma circolare, noto come “Oratorio del Dosso di Velate”. Edificato negli anni Venti dell’Ottocento dal nobile Francesco Croce, con il concorso dei contadini del luogo, grazie alle offerte raccolte per onorare una miracolosa Madonna, la cui immagine ornava l’unica parete superstite del diroccato antico Oratorio dedicato a San Giacomo. La nuova costruzione volle appunto inglobare al suo interno la Vergine che faceva miracoli. Una Madonna che aveva iniziato i suoi prodigi anni avanti. Il primo evento risaliva al 1686. La fama si era accresciuta nel corso di un secolo e mezzo, fino a quando, il citato Francesco Croce, proprietario del Masciocco della Valmora, così come del terreno su cui, nel 1822 si era edificato l’oratorio, chiede nel 1837 il permesso alla Curia per celebrare la messa, nel nuovo edificio.

L’Oratorio in una ripresa aerea (Elaborata da un video di Dante Colombo)
Dalla rilevazione del Catasto Teresiano, 1721 la presenza dell’Oratorio dedicato a San Giacomo

La Lombardia in quel tempo dipende in tutto e per tutto dall’Austria, l’arcivescovo di Milano non può essere che un austriaco, Gaetano Gaisruck, uomo di fede e di ordine, prima di esprimere un parere, si rivolge al sub-economo dei beni vacanti della Chiesa, per il distretto di Vimercate, ricopre la carica tutta teutonica, don Ambrogio Ponzoni, che vuole il caso, essere anche parroco di Usmate. La relazione di don Ponzoni avrà fatto saltare sulla sedia il Gaisruck. Qui la situazione, oltre ad escludere qualsiasi autorizzazione per la messa, richiede provvedimenti risolutori.

L’arcivescovo di Milano Gaetano Gaisruck e a fianco la relazione inviata da don Ambrogio Ponzoni nel 1838

La prima testa a saltare è quella del Parroco di Velate don Ambrogio Cassina. Dobbiamo dire del povero parroco, che tra l’altro, quando nella stagione estiva, per scongiurare la minaccia di quei temporali che avrebbero distrutto il raccolto dei già miserabili contadini, non mancava di radunarli e in processione salire al Dosso per invocare la Madonna. Dicevamo di don Ambrogio, parroco per vent’anni, una lunga e provata missione non bastò a salvarlo. Sparì dalla scena e dalla storia. Una recente ricerca, all’Archivio Diocesano di Milano, ha confermato l’oblio. Nel consultare il resoconto annuale prodotto da sempre dalla diocesi ambrosiana, indica per l’anno 1838, don Cassina come parroco di Velate. Nell’anno successivo per Velate è indicato il nuovo parroco, don Cassina non figura ne nell’elenco dei defunti dell’anno prima e nemmeno in quello dei trasferiti in altro luogo o a altro incarico.

Le tavolette ex voto, presenti un tempo all’interno dell’Oratorio, a documento dei miracoli del 1842 e 1853

Ritorniamo alla Madonna miracolosa e alla relazione del Ponzoni, che oltre ad esprimere un evidente scetticismo, sull’autenticità dei miracoli, sottolinea una serie di palesi irregolarità, che dirigono l’arcivescovo a negare il nullaosta per la messa e ad invitare le autorità civili a vigilare e impedire ai fedeli e non, di frequentare il Dosso. Chiede di porre particolare attenzione verso quegli sfaccendati, riferendosi alla “corte dei miracoli” che si è venuta a formare attorno all’oratorio, frequentato di giorno e di notte, da questi individui. Don Ponzoni rimarca ancora come l’oratorio sia stato edificato senza permessi e gestito in autonomia da un tesoriere factotum, nominato non si sa da chi, che si fa garante delle cospicue offerte, consenziente occulto Francesco Croce. Per alzare la posta aggiunge di una giovane che a qualsiasi ora si porta dalla cascina in cui abita, all’oratorio per introdurre i nuovi fedeli e farne partecipi dei prodigi avvenuti.

L’oratorio del Dosso di Velate oggi

Comunque autorità religiose e civili, volenti o nolenti, la Madonna persevera nell’elargire miracoli. Nel 1842 salva un uomo investito da un cavallo imbizzarrito, nel 1853, miracolato un giovane che precipita in acqua mentre sta salendo su un traghetto. Cronaca degli eventi, tramandata da due ex voto sfuggiti alla spoliazione subita dall’oratorio quando “finalmente” come verga il parroco di Velate don Carlo Fantoni nel dicembre del 1957, passa alla parrocchia. Ritorniamo a metà Ottocento per ricordare come tra i due miracoli, nel 1846 Francesco Croce muore e lascia i suoi beni alle figlie Carolina e Giuseppina a cui affida i due oratori che erano stati di sua proprietà, a Carolina il Dosso a Giuseppina quello del Masciocco dedicato alla Madonna del Carmelo. Nonostante la vena miracolosa non si prosciughi, le due sorelle sono corrucciate, dalla semi-clandestinità in cui versa il loro oratorio. Ecco che mettono in atto un piano, o perlomeno i fatti che andiamo a raccontare così ci fanno ipotizzare.

Il cartello segnaletico con diverse imprecisioni

Nel 1854 chiedono ed ottengono dalla Curia che la dedicazione dell’Oratorio del Masciocco passi dalla Madonna del Carmelo a Sant’Eurosia. Ricordiamo come questa santa, in genere oggi poco conosciuta, era invocata per proteggere i raccolti, specialmente nei mesi estivi, dai temporali e dalle tempeste. Considerato il luogo, campagna e poi ancora campagna e i contadini, la cui vita dipendeva dall’andamento dei raccolti, l’invocazione a Sant’Eurosia era più che pertinente. Ritorniamo al piano delle sorelle: due anni dopo, nel 1856 si presenta al Dosso l’arcivescovo Romilli, per una Visita Pastorale e, purtroppo per le sorelle, conferma il divieto di celebrare e solleva addirittura dubbi sul culto che veniva praticato nella chiesetta.

Le due Madonne a confronto. La Beata Vergine, come appare sugli ex voto, a destra la Madonna del Carmelo, da notare le gambe piegate in posizione alquanto innaturale a testimoniare le probabili modifiche intervenute sul dipinto.

Qui forse il colpo di genio: “Cambiamo faccia alla Madonna”, detto fatto, la dedicazione della Madonna del Carmelo è disponibile, perché non passarla al Dosso? Chiamano un pittore di fiducia a cui affidano l’incarico di un restyling alla Beata Vergine, la cui immagine, come aveva confermato il Romilli, era dietro l’altare. Il risultato è quello che oggi troneggia all’interno dell’Oratorio. La Madonna non è più quella raffigurata sui due ex voto che abbiamo visto in precedenza, ora è accompagnata dal Bambino Gesù, che regge lo scapolare, simbolo della Madonna del Carmelo e circondata da santi. Il progetto delle sorelle Croce, nel commissionare le modifiche aveva voluto essere rispettoso della storicità del luogo e degli affetti famigliari.

L’interno come si presenta oggi (Elaborata da un video di Dante Colombo)
La figura di San Giacomo con la conchiglia del pellegrino, posta sul cappello

Il cartello segnaletico, posto all’esterno dell’Oratorio, non fa giustizia alla lungimiranza delle sorelle e forse meriterebbe di essere aggiornato, lanciamo un appello. Vediamo un po’: primo non è la Madonna, ma il Bambino ad offrire lo scapolare, e qui possiamo anche sorvolare. San Pietro è inconfondibile per le chiavi del paradiso che regge. Il santo sulla destra, non è tuttavia San Rocco, ma quel San Giacomo, titolare dell’antico Oratorio, lo riconosciamo per la conchiglia del pellegrino che porta sul cappello. Per il sacerdote inginocchiato, indicato come San Carlo, dobbiamo dire che assomiglia poco a quanto ci restituisce l’iconografia classica dell’alto prelato, ricordiamo fra le particolarità il naso prominente, che qui manca. Pensiamo che la figura proposta possa essere stato un omaggio delle sorelle ad uno zio, fratello del padre Francesco, che era appunto un sacerdote. Giusto per finire di fare le pulci al cartello aggiungiamo che l’Oratorio fu donato alla parrocchia nel 1957 mentre il 1963 indicato dalla scritta è l’anno in cui la donatrice, Giuseppina Borghi Belgir, muore. Abbiamo ancora tempo per confermare come la potenza divina non abbia confini.

Il confronto: a destra, il prelato raffigurato ai piedi del dipinto, a sinistra una rappresentazione di San Carlo, da un quadro esposto nel vicino Oratorio del Masciocco

La rinnovata Madonna, continuò con i suoi miracoli. Quando la proprietà del Dosso, passa alla famiglia Borghi, viene raccontato di un nuovo evento miracoloso. Purtroppo la reticenza delle autorità religiose, che ha sempre accompagnato le vicende del Dosso, non ci ha tramandato il racconto dell’evento. Il prodigio comunque rilancia la fama del luogo e con le nuove offerte Giuseppe Borghi edifica il campanile e la sacrestia, siamo nel 1882. Le persone anziane ci dicono, fin dove può andare la loro memoria, che erano soprattutto le donne che volevano avere figli a rivolgersi alla Madonna del Dosso, e molto spesso venivano esaudite. Così per grazia ricevuta si lasciava un segno, una tavoletta che raccontava del miracolo, come abbiamo visto, o più semplicemente un cuore, spesso d’argento che scioglieva il voto. Quando poi nel 1957 l’Oratorio passa alla Parrocchia, in un attimo tutti gli ex voto, vengono rimossi e solo un paio di cuori e i due quadretti, giungono sino ai nostri giorni.

Il campanile e la sacrestia edificati nel 1882 da Giuseppe Borghi, proprietario in quell’epoca dell’Oratorio
Una immagine d’epoca dell’interno dell’Oratorio negli anni ’50 del Novecento, prima che fosse spogliato dei numerosi ex voto, che ornavano l’altare. (immagine messa a disposizione da Giuseppe Mapelli)

Concludiamo con l’amara constatazione che l’Oratorio del Dosso e l’immagine miracolosa della Madonna, abbiano dovuto fare i conti, nonostante la fede popolare non avesse mai nel tempo avuto dubbi sulla genuinità dei miracoli, con gli apparati ecclesiali, Parrocchia in primis, esclusi dal controllo del culto e soprattutto dalla raccolta della “pecunia”, in certi periodi molto cospicua, ma sempre pronti a marchiare le pratiche come eretiche, per delegittimare quanto al Dosso avveniva. Ricordiamo quale altra sorte toccò alla Madonna del Bosco, (un primo miracolo nel 1617) nella non lontana Imbersago e ancora esemplare la Madonna del Lazzaretto di Ornago, che aveva fatto sgorgare un’acqua miracolosa, siamo nel 1714. Solo dopo ripetuti e controversi processi ecclesiastici e grazie all’intervento di personalità eminenti del luogo, ottenne la sua “patente miracolosa”, una patente a cui l’Oratorio del Dosso, per i motivi di cui abbiamo detto, non si è mai potuta fregiare.

Una roggia per quattro parchi: la Roggia Scotti

Alla fine del Seicento, il conte Giovanni Battista Scotti, nel dare inizio alla realizzazione, della sua “villa di delizia”, a Oreno, immortalata nei disegni di Marc’Antonio dal Re, e pubblicati negli anni Venti del Settecento sul volume:“Ville di delizia o siano palagi camparecci nello Stato di Milano” si trovò nella necessità di dotarsi dell’acqua necessaria per rendere oltremodo spettacolare il parco e i giardini della villa.

Nel 1692, il conte acquista i “diritti d’acqua” di: “ragione del signor Giovanni Parravicino (che aveva il suo palazzo a Rimoldo) … dopo l’uso del suo molino appellato d’Imparì… per fare un cavo… et condurla (l’acqua)... per adacquare detti beni d’Oreno”. Realizza dunque un corso d’acqua artificiale lungo ben 13 chilometri. Oggi a distanza di 330 anni, la curiosità di scoprire cosa rimane di questa importante opera idraulica. Sarà uno scavallare fra i differenti parchi o ex parchi che interessano il nostro territorio. Dai Colli Briantei, al quello del Curone, per passare nel Parco Molgora e quindi dopo essere rientrati nei Colli Briantei, approdare a quello della Cavallera.

Il percorso con l’indicazione delle località che s’incontrano

Nella complessa gestione delle acque, che caratterizzavano il bacino da cui prendeva avvio la “Roggia Scotti” il conte si accollò oltre alla realizzazione del manufatto per portare l’acqua a Oreno, l’obbligo della manutenzione dei diversi fontanile e fontane che alimentavano i differenti corsi d’acqua interessati. La fontana di Ossola era quella situata più a nord, collocata nella prossimità del molino Cattaneo convogliava le sue acque nel torrente oggi chiamato Lavandaia, una volta indicato come Fiume, Cavo Fiume o ancora Fiume di Missaglia.

Il corso d’acqua riceveva poco più avanti la roggia Nava, già citata con questo nome nel 1356 in un atto d’assegnazione di beni alla chiesa di Missaglia: “…prato con salici detto ad Navam”. Il nome Nava ritorna nell’identificare le tre fontane vicino a Bernaga, che ancora lo Scotti teneva pulite, scendendo c’era il “Fontanone”, oggi interrato e finalmente la “Fontana di mezzo”, recuperata e resa attiva ad opera del Parco del Curone qualche anno fa, raggiungibile dalla prima traversa a sinistra, 700 metri dopo il “Tricudai” andando verso Maresso.

La zona dove sgorga la “fontana di mezzo”
A sinistra, la testa del fontanile come si presenta oggi, a destra la stessa zona con il cippo, durante i lavori di ripristino

Ancora la presenza di un cippo impiantato nell’epoca in cui la roggia era attiva, attesta la proprietà dei Gallarati-Scotti. Cippo che nella ricognizione fatta in questi giorni, non è stato possibile rintracciare, forse coperto dalla fitta vegetazione, che ha avviluppato il fontanile, rendendolo di fatto quasi inaccessibile. La polla d’acqua s’incanala nel rigagnolo e 2-300 metri entra nel torrente Lavandaia, che poco più a sud del “Tricudai” mescolandosi con le acque della Molgoretta-Curone, diventa la Molgora di sopra (oggi indicata come Molgoretta) dirigendo a questo punto verso Imparì.

Mappa d’epoca con i vari corsi d’acqua e i loro tracciati

Al tempo del conte Scotti la roggia, scaturita dal fontanile descritto e aumentata da un secondo canale, uscito dalla Lavandaia, continuava autonoma la sua corsa andando a costeggiare la via che riporta al “Tricudai”, a questo punto intersecava il Curone, e quindi raggiungeva la Cappelletta di Lomagna, poco dopo svoltava a destra per mettere in funzione il “Mulino del Conte” (in questo caso Secco-Borella). Finito tale compito dirigeva verso la Molgora (oggi come detto, Molgoretta) dove una possente diga, la “Diga Scotti”, permetteva che le acque incanalate, attraversassero il fiume, andando a costituire un nuovo canale che parallelo alla Molgora, raggiungeva finalmente il molino d’Imparì. Esauriente su quanto esposto, la mappa storica proposta. Oggi possiamo ancora apprezzare l’edificio del “Mulino del Conte”, così come i resti della diga.

La zona del torrente Molgora, oggi Molgoretta, dove era collocata la diga Scotti (la cius)
Il mulino del Conte nel territorio di Lomagna

Questo luogo è noto alla gente del posto come la “cius” (appunto chiusa), ed era usata ancora negli anni Sessanta del Novecento dai ragazzi, come palestra di tuffi e nuoto. Ci piace ancora citare questa filastrocca, nota ai vecchi di Usmate, sulla qualità delle acque che stiamo raccontando, quando da ragazzi ne bevevano: “l’acqua corrente la beve il serpente, la beve Dio, la bevo anch’io” . Dopo Imparì il conte Scotti, oltre alla costruzione del canale, dovette acquisire i terreni su cui lo stesso scorreva.

Rara immagine d’epoca del mulino d’Imparì, fine Ottocento, si noti la distesa di tela sul prato, per la “sbianca” del tessuto

Il percorso più diretto verso Oreno doveva passare per Usmate, tanto che abbiamo un atto notarile di vendita di strisce di terreno da parte della famiglia Bescapè, insediata dove oggi sorge Villa Borgia. All’interno del parco è ancora presente un manufatto che serviva a scavalcare la roggia e permettere ai Bescapè di andare nella loro vigna nota come Baraggia. Il canale è ricordato ancora in paese, per la presenza dellacurt de la rogia, prossima al parco e lambita dal cavo. Sempre nei ricordi, prima che la roggia venisse “tombata”, un lavatoio vicino alla corte era utilizzato dalle donne del paese. La tombinatura che risale agli anni Sessanta, ha interessato la totalità del percorso in Usmate, quindi la via che proviene da Imparì, poi via Leonardo da Vinci che conduce al parco di Villa Borgia, per seguire con via Milano, sino a giungere al Bettolino.

Il ponticello, all’interno del parco di Villa Borgia a Usmate, sotto passava la Roggia Scotti
Il ponte detto del “tronino”, dove la roggia percorreva l’ultimo tratto prima del parco in “sopraelevata”

Il percorso piegava a questo punto nei terreni dove oggi sorgono i campi da golf, la roggia è qui riconoscibile per la disposizione degli alberi e di alcuni laghetti, che ne ricalcano il percorso. In questa zona il conte Scotti aveva acquistato terreni da Prospero Crivelli, nella prossimità del “Cazzullo”, oggi club house del golf. Sono ancora i filari di piante a restituire il percorso della roggia oltre il golf nell’avvicinare e superare la Sp 177, la “bananina di Usmate”, per poi interessare, sempre con la loro presenza, anche se non continua, l’area ex IBM, e giungere finalmente nella prossimità del parco della Villa Gallarati-Scotti, dove un tratto del cavo è ancora conservato e presenta il pregevole “ponte del Tronino”, sopraelevato sul piano della campagna che permetteva all’acqua di entrare nel parco attraverso una breccia, oggi murata.

Ultimo tratto della roggia, nel riquadro l’apertura oggi murata, che immetteva nel parco

Già molto prima degli interventi descritti, sulla copertura del corso d’acqua, che hanno di fatto decretato la scomparsa della “roggia Scotti”, era venuto meno l’apporto alla villa delle acque per i suoi “giochi”. Oltre al mutato sistema della gestione delle acque pubbliche, a cui anche i Gallarati-Scotti si erano adeguati, all’inizio degli anni Trenta del Novecento il laghetto nel parco, costruito nell’Ottocento, fu prosciugato a causa di una pericolosa falla, evento che di fatto svilì la funzione del corso d’acqua. Da quel momento il fabbisogno interno del parco fu mutuato da un pozzo scavato in loco.

Villa Gallarati Scotti di Oreno, a fianco la rappresentazione della stessa e del parco, in una stampa di Marc’Antonio dal Re, nel Settecento, prima delle radicali trasformazioni, occorse all’inizio dell’Ottocent

I tratti a nord della roggia rimasero ancora in uso ai comuni attraversati, con precarie convenzioni tra gli stessi e i Gallarati. L’ultimo utilizzo a cessare fu presso il lavatoio pubblico in località Lavandaio, nel comune di Lomagna nel 1964 “causa prosciugamento roggia Scotti per interrotto deflusso dell’acqua a monte…”.

Paolo Cazzaniga


Una riflessione sulla qualità dell’aria

Da alcune settimane i resoconti sulla qualità dell’aria nel nostro territorio danno costantemente un giudizio di “moderata qualità”. Tutto questo in una primavera senza pioggia, almeno fino a questi giorni.
Si tratta di una discontinuità rilevante rispetto ai dati del passato: da anni a questa parte, dalla bassa padana sino alla fascia pedemontana, si è sempre oscillati tra valori primaverili che qualificavano l’aria come scadente o pessima.

La Pianura Padana, per diversi motivi, è da tempo la zona d’Europa con i peggiori livelli di smog, con il maggior numero di decessi per problemi respiratori e con il maggior numero di patologie respiratorie (per limitarci ad un esempio, a Milano la media di bambini con problemi di asma è il 28%, contro una media nazionale del 13%).

Alcuni studi ipotizzano che la scarsa qualità dell’aria sia un altro dei motivi per cui la covid-19 qui ha avuto gioco più facile.

Sarebbe opportuno cogliere la triste occasione offerta dall’epidemia per avviare una riflessione e fare quello che la politica negli scorsi anni non ha avuto la volontà o la forza di fare: prendere seriamente in considerazione anche le altre emergenze con cui conviviamo (senza tutto il clamore che accompagna il virus). In primo luogo, la crisi ecologica.
Nei giorni di lockdown – con metà degli addetti comunque al lavoro – il solo ‘smart working‘ (pur senza infrastrutture tecnologiche ed organizzative adeguate) ha riguardato più di 2 milioni di italiani e sembra aver inciso significativamente, anche nel nostro territorio, sui volumi del traffico veicolare.

Molto si può fare, spronando la politica e limitando un sistema economico basato su interessi di corto raggio. Gli studi e report scientifici prodotti in questi giorni parlano di incentivare il lavoro agile, incrementare il numero di mezzi elettrici, favorire gli spostamenti a piedi e in bicicletta, il car sharing e l’uso di mezzi pubblici.

La scelta non può essere tra morire di fame o morire gasati dal biossido di azoto. Bisogna ripartire, sì, ma verso qualcosa di nuovo. Ci siamo mobilitati – politica, scienza, cittadini – per contenere l’emergenza “corona virus”, possiamo iniziare a ragionare e impegnarci allo stesso modo, ora, anche sulle altre, non meno gravi, problematiche da affrontare?

Associazione Colli Briantei


Nelle belle giornate di primavera

Nelle belle giornate di primavera, addentrandosi nei boschi del nostro parco, i Colli Briantei, percorrendo i sentieri e poi nei prati, capita di essere accolti da un benefico silenzio, qualche cinguettio lontano, un Picchio al lavoro e talvolta si viene avvolti da un’onda di profumo. È proprio allora che ci si accorge di essere circondati da un mondo meraviglioso… Succede che nel mettersi a cercarne l’origine, ci si avvicina ad arbusti, piante ed erbe fiorite.


Ci si accorge che quelle che sembravano solo erbacce tutte uguali, spesso portano fiori piccoli ma bellissimi e particolari. Talvolta al nostro sguardo si mostra una macchia uniforme verde-azzurra che caratterizza un prato da lontano è, in realtà, un effetto ottico dovuto alla sovrapposizione di tante sfumature diverse, che vale la pena di conoscere più da vicino.

Allora bisogna fermarsi, bearsi di tanta meraviglia. L’impatto con gli alberi è stupefacente. Querce, aceri, castagni, noccioli, ciliegi selvatici, abeti, gelsi e qualche verdissimo e leggiadro tasso che spicca per il suo colore intenso. Le Robinie, unitamente ai sambuchi, sono in fiore ed attirano i primi insetti che bottinano instancabili e frettolosi tutto quanto c’è a disposizione. In basso, in prossimità dei cespugli, ben esposto al sole, qualche piantina fiorita di acetosella, più lontano qualche ceppo isolato di primule gialle e di nontiscordardime! Nella radura, le margherite, in tutto il loro splendore, la fanno da padrone.

Tanti colori: bianco, giallo e qualche macchia di rosso. Sono i primi papaveri che spiccano tra i filari di grano o in prossimità di qualche crocicchio sassoso. Attirati da un fruscio silenzioso alziamo incuriositi il nostro sguardo. Alcuni scoiattoli si arrampicano sui tronchi e si lanciano da ramo in ramo.

La pandemia da Covid-19 ha rallentato e, in alcuni casi, fermato le abitudini e le attività dell’uomo ma non quelle della natura che, approfittando di questa situazione, quasi di nascosto si è riappropriata di qualche spazio prima negato.

Riprendiamo le nostre passeggiate osservando le regole di rispetto reciproco che la situazione attuale impone, non trascuriamo le nostre abitudini di naturalisti curiosi ed esploratori.

Bisogna solo saper aspettare diligentemente che le situazioni cambino. Buone passeggiate a tutti!

Gruppo Micologico Naturalistico Usmate Velate

Valle del lupo, Rio dei Morti, Strada delle Spazzate

Valle del Lupo, Rio dei Morti, Strada delle Spazzate, tre toponimi che evocano epoche e fatti più o meno lontani nel tempo. Prima di addentrarci nel descrivere le vicende e le particolarità dei luoghi citati, la doverosa collocazione geografica. Siamo ad Arcore, nella zona al limitare fra il Parco Regionale della Valle del Lambro e quello dei Colli Briantei. Nella prossimità di Villa Borromeo, appena imboccata la strada che conduce verso Peregallo, sulla destra via Col di Lana, che lambisce la mura del parco della villa arcorese.

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Tratto iniziale della Strada delle Spazzate

Abbandonata la parte asfaltata della via, ci si inoltra nello sterrato del sentiero che prosegue costeggiando la cinta. Siamo appunto sulla Strada delle Spazzate, così come era indicata un tempo. Mi sono chiesto quale significato avesse il termine “Spazzate”, ma anche i più addentro nelle “verità”del territorio arcorese non hanno saputo fornirmi lumi.

Cappella dei “Mort Lungh”

Questa strada, sempre nel tratto della mura del parco, incontra la cappella nota come “I mort lungh” – ad indicare morti deceduti da “lungo tempo” – edificata durante le ristrutturazioni della proprietà Borromeo-d’Adda a cavallo tra Ottocento e Novecento. In questo piccolo spazio, segnato da una croce posta su un tumulo di sassi, contenuti in una nicchia, si ricordano i morti delle due pestilenze, quella del 1576 “peste di San Carlo” e del 1630, la “manzoniana”. Anche Arcore pagò il suo tributo, durante queste epidemie. Nel libro dei “Battesimi”, custodito in Parrocchia, a proposito della peste del Seicento, si colgono annotazioni che segnarono il periodo. Un battesimo risulta celebrato in casa “per sospetto di pesti”, un altro “alle gabane”, un rudimentale lazzaretto, allestito proprio nelle vicinanze dei “Mort lungh”. Un po’ tutta questa zona risulta legata alle inumazioni di persone morte durante le epidemie di peste, che periodicamente colpivano le popolazioni.

La Valle del Lupo e il suo bacino imbrifero
Il percorso : in evidenza i luoghi citati nell’articolo

Ecco che il Rio dei Morti scorreva in questi spazi, da cui il nome. Dunque lasciati i “Mort lungh” si va ad intercettare sullo stesso sentiero poco più avanti una griglia, attraverso la quale uscendo dal parco, sgorga il piccolo corso d’acqua, che oggi per gran parte intubato, una volta scorreva a cielo aperto, attraversa le zone pianeggianti, per sfociare nel Lambro, poco discosto dalla località Molinetto.

Il rio dei Morti esce dal Parco lungo il tratto basso di Via delle Spazzate

Il tratto del Rio dei Morti, che vediamo uscire dal parco, ha le sue origini, nella zona retrostante il Ravanel, (che incontriamo poco più avanti, sulla stessa “Strada delle Spazzate”), si tratta del primo gradino degradante dello zoccolo dell’altopiano verso Lesmo. Il bacino imbrifero, risale fino al piano prossimo alla proprietà Fossati e alla località Fornace e risulta segnato da rilievi che nei tre vallivi che lo compongono, raccolgono e guidano i flussi meteorici verso il piano.

La salita del Ravanel, mentre il rio lascia il Parco
Il Ravanel, sulla sinistra prosegue via delle Spazzate

La valle percorsa dal Rio dei Morti, che nell’Ottocento sarà a sua volta indicata come Valle dei Morti, alle porte del Settecento, nella rappresentazione topografica del territorio voluta dal “Catasto Teresiano”, risultava censita con il nome di “Valle del Lupo”.

Il Catasto Teresiano del 1721 con ingrandimento sulla Valle del Lupo

Ricordiamo come all’epoca, tutta la fascia collinare compresa fra Arcore, Bernate, Velate, Camparada, Lesmo e giù giù fino a Gerno e alle valli di Pegorino e Correzzana, costituiva un’unica foresta, a tratti inframmezzata da qualche campo coltivato. Non ci deve meravigliare dunque la presenza del lupo che godeva così di un habitat ideale. Dall’Archivio Parrocchiale di Arcore, la conferma di tanta famelica presenza:

…Milleseicentocinquantaquatro…
Adì 5 luglio è stato divorato dal lupo un figlio di Hieronimo Chignolo chiamato Francesco e si è trovato solamente il capo con un brazo et l’intestini et era di età d’anni sette in circa…”.

Il rio intercetta la parte alta di via delle Spazzate ed entra nel Parco di Villa Borromeo

La strada delle Spazzate, una volta raggiunto il Ravanel (Chalet degli alpini, in passato portineria defilata della Villa Borromeo), prosegue con il nome di via Col di Lana, e dopo un centinaio di metri piega a destra e riduce la propria carreggiata, sino a diventare un sentiero tra gli alberi, continuando per circa 300 metri, dove intercetta via della Fornace. Questo tratto, all’interno della Valle dei Morti, riferendoci allo stato delle rilevazione del 1721, ha subito profondi adattamenti, in parte anche in epoca non recentissima. Tra tutte, la ristrutturazione della villa e delle pertinenze, eseguiti tra il 1870 e il 1900, che il Marchese Emanuele d’Adda, affidò all’architetto Alemagna. Lavori che comportarono l’adattamento dell’ingresso (ex villa padronale), la trasformazione della casa dell’Abate d’Adda nella villa odierna e dei giardini. Tali operazioni determinarono la necessità di un notevole apporto di massi di ceppo, ciottolame e terra, usati per tracciare i viali interni al parco, la nuova strada esterna e colmare i valli che interessarono da vicino la “Strada delle Spazzate”. La mano d’opera per escavazioni e trasporti, fu a carico dai contadini affittuari, costretti dai contratti a dare disponibilità per lavori mal retribuiti. A questi collaborarono anche i coloni del conte Casati che aveva alcuni scampoli di proprietà sul confine col d’Adda; il Casati possedeva una cava di sabbia (l’ex cava Giulini, vicino al Bettolino a Velate) e sul libro delle contabilità tenuta dei Casati con i contadini, in quel periodo, sono annotati molto spesso trasporti di sassi dalla Cava alla “Strada delle Spazzate”.

Il cippo che demarca i limiti delle proprietà e i cartelli segnaletici del Parco dei Colli Briantei

In corrispondenza dell’incontro delle “Spazzate”, con via Fornace, incontriamo un cippo a indicare i limiti delle proprietà, fra i Casati e i d’Adda. Abbiamo a questo punto del percorso due opportunità, proseguire verso la località Fornace e quindi per campi e sentieri indirizzarci verso Lesmo.

La strada che scende verso la portineria Cazzola

La seconda possibilità ci conduce, piegando a destra dopo il cippo citato, alla discesa, costeggiando il muro della proprietà Cazzola, che lasciamo alla nostra sinistra, sino a giungere alla portineria della stessa villa e quindi ritrovarci su viale Brianza che conduce, a destra verso Camparada e a sinistra riporta verso il centro di Arcore.

Paolo Cazzaniga (elaborato da un lavoro di Tonino Sala)


La vera origine della Madonna del Passin

Usciti da Velate sulla strada che conduce a Rogoredo via Verdi, s’incontra, a un certo punto sulla destra della strada, l’indicazione per la “Corte Giulini”, un ulteriore cartello indica nella stessa direzione “Madonna del Passin”, che raggiungiamo dopo aver imboccato il primo sentiero che incontreremo sulla destra. Una piccola cappella campestre, molto nota nella zona, che segna con la sua presenza un culto intimamente sentito per la Madonna.

Veduta aerea di Corte Giulini

La costruzione, opportunamente protetta da una balaustra che ne cinge la parte frontale, risulta sormontata da un’ulteriore inferriata. Nella parte centrale, un cancello a punte lanceolate, decorato con una croce. All’interno la Madonna del Rosario, protetta da una teca in vetro. La Vergine in abito rosso e mantello blu, tiene in braccio Gesù benedicente. La mano destra del Bambino regge tre rose, stessa cosa fa la Madonna con la mano libera e nella stessa mano tiene la corona del rosario.

Posizione di Cascina Tamburina tra il 1721 e oggi

L’opera è un lavoro di Fiorentino Vilasco, pittore attivo nella Brianza e a Monza dagli anni ’50 ai ’70 del Novecento. Autore tra l’altro, di diverse decorazioni all’interno di alcune chiesa in Brianza. Vogliamo a questo punto segnalare la curiosa origine di questo luogo di culto. Qui in passato sorgeva la Cascina Tamburina, oggi con lo stesso nome identifichiamo il complesso edilizio profondamente ristrutturata, posto a circa 400 metri in linea d’aria, più a sud, verso il paese. Vediamo i contorni di questa singolare “traslazione”.

La scomparsa Cascina Tamburina, che qui sorgeva, era stata di proprietà nel ‘500 della famiglia Albrizzi e poi, nel primo quarto del ‘600 del Monastero di Santa Margherita in Monza. Dopo altri passaggi di proprietà, nel 1854 giunge nelle disponibilità della Contessa Maria Beatrice Belgiojoso. In quel momento lo stato dell’edificio è ormai fatiscente, se non addirittura crollato o abbattuto. Da una mappa del 1855, un nuovo edificio collocato come abbiamo detto più a sud, verso il paese, risulta indicato sempre come Tamburina, nella collocazione precedente, superstite solo un portico denominato “alla Madonna”. Alla luce di quanto esposto, possiamo pensare che gli abitanti o meglio i massari della contessa, abbandonato il vecchio edificio non più utilizzabile abbiano, voluto mantenere lo stesso nome alla nuova costruzione. Con una punta di malizia dobbiamo però segnalare come una legge del 1857 prospettasse vantaggi economici, a chi avesse restaurato vecchi edifici, benefici non concessi sulle nuove costruzioni, quale era la recente cascina. L’intrepida contessa non mancò di dichiarare al Fisco, le migliorie apportate alla Cascina Tamburina e goderne dei benefici fiscali. Senza andare troppo per il sottile la situazione che si era venuta a creare, più o meno furtivamente, aveva consentito un risparmio alla nobil donna sulle tasse da pagare. Come abbiamo detto della vecchia Tamburina venne salvato un modesto portico che conteneva l’effige della Madonna. Il simulacro ebbe sempre un forte legame con la cascina ricostruita più a sud, tanto che nel 1924, abitanti di questa località, contribuirono nella sistemazione del diroccato muro su cui insisteva la pittura e provvidero ad elevare l’edificio in sembianze prossime a quelle odierne.

Cascina Tamburina, anni ’70

Il materiale edile utilizzato fu donato dalla famiglia Casati che nella linea dinastica continuava la discendenza dei Belgiojoso.

Il 10 maggio del 1924 fu inaugurata la struttura con una nuova pittura opera di Gian Battista Briani. Il 4 luglio del 1954, compimento di un nuovo restauro che indusse il parroco Don Fantoni ad intitolare il luogo, alla “Madonna della Campagna”. Ancora vent’anni dopo, si tentò una nuova titolazione, Don Angelo Zurloni, opto per “Madonna del Bell’Amore”.

Il sito oggi

Questi tentativi non ebbero successo ed ancora oggi la meno altisonante denominazione di “Madonna del Passin” rimane ben salda nella tradizione locale. Cultori locali affermano che “Passin” fosse il soprannome del capofamiglia di certi Magni, che abitavano la ricostruita Tamburina e avevano in affitto i terreni, dove appunto era posta la rappresentazione della Madonna.

Paolo Cazzaniga


27 marzo, un percorso comune per i Colli Briantei

Con questa lettera vorremmo lanciare una proposta a tutte le persone e le associazioni che hanno a cuore il nostro territorio.

Siamo un gruppo di persone e associazioni che in questi anni hanno creato e animato il forum delle associazioni amiche del Parco dei Colli Briantei e che ritengono che quella esperienza vada oggi ripensata e ampliata.

Il contesto della Brianza collinare è unico; qui gli spazi urbani, agricoli e naturali si mescolano con grande intensità e questo comporta rischi, ma anche opportunità uniche.

I rischi, ahinoi, sono sotto gli occhi di tutti: il cemento avanza, il dissesto idrogeologico aumenta, l’aria che respiriamo è di pessima qualità, modi di vivere e produrre ancora legati a schemi del passato inquinano oltremisura l’ambiente.

L’opportunità, invece, è di poter godere di spazi agricoli e naturali fuori dalla porta di casa, poter restare in contatto con la natura che ci circonda; con consapevolezza, potremmo prendercene cura come fosse un grande giardino comune.

Riteniamo, infatti, che il miglior modo per difendere l’ambiente sia conoscerlo.

Riteniamo, infatti, che il miglior modo per difendere l’ambiente sia conoscerlo. Quando instauriamo un rapporto con l’ambiente circostante iniziamo a volergli bene. Per questo consideriamo importante creare occasioni in cui, tutti insieme, tornare sui sentieri, vivere il paesaggio, conoscere piante e animali per i quali il nostro territorio è ancora oggi casa. Dobbiamo tornare a parlare insieme di ecologia, per capire come fare a trovare un equilibrio tra le nostre esigenze e quelle dell’ambiente che ci ospita, sapendo che una buona qualità della vita deve tenere insieme tutti e due gli aspetti.

L’esperienza degli anni passati con il forum delle associazioni del Parco dei Colli Briantei ci ha fatto capire che:

1- i nostri paesi hanno un tessuto associativo invidiabile, ci sono tante persone che si danno da fare e che contribuiscono con le loro attività a tutelare il territorio e a dargli valore: gruppi di cammino, associazioni sportive, associazioni che si occupano di cultura locale, di cibo e agricoltura, gruppi che tengono in vita tradizioni del mondo contadino, associazioni ecologiste, persone che semplicemente hanno a cuore e vivono con rispetto la natura circostante. Ognuno di questi soggetti a modo suo aiuta gli altri a conoscere, apprezzare, vivere, il territorio.

2- gli enti locali, i parchi, le istituzioni che presidiano i nostri paesi hanno bisogno di una mano, perché possono arrivare fino a un certo punto. I piani urbanistici, ad esempio, pongono regole importanti per la salvaguardia dell’ambiente, ma queste regole non sono sufficienti se i luoghi che abitiamo non sono sentiti e vissuti come parte di un patrimonio comune da salvaguardare.

La nostra proposta è quindi di rilanciare il modello del forum, di uno spazio collettivo di confronto e coordinamento, per mettere a sistema le molte attività che già si svolgono e che danno valore al nostro territorio e aggiungerne di nuove. Insieme saremmo di più e più efficaci.

Per noi è importante partire dal Parco dei Colli Briantei perché qui siamo nati e a questi luoghi siamo particolarmente legati, ma vorremmo farlo aprendoci a tutte le realtà interessate a lavorare con noi per promuovere una cultura ecologica.

Fedeli al vecchio motto: “pensare globale, agire locale” è ora di rimboccarsi le maniche e iniziare a darsi da fare partendo da qui.

Come dimostra anche la presa di coscienza da parte di tanti studenti in Italia e nel mondo, siamo in un momento di crisi ecologica globale in cui non si può più rimanere passivi, restare ad aspettare che qualcuno migliori la situazione per noi. Fedeli al vecchio motto: “pensare globale, agire locale” è ora di rimboccarsi le maniche e iniziare a darsi da fare partendo da qui.

L’invito è rivolto a tutti, singoli cittadini ed associazioni. L’appuntamento è per venerdì 27 marzo 2020, ore 21.00, presso la sala delle colonne di Villa Scaccabarozzi a Usmate Velate per conoscerci, condividere le idee e le iniziative che abbiamo in mente ed impostare un percorso comune.

Il comitato promotore

Terre alte

This land is your land, si riparte da qui, dai Colli Briantei, luoghi dove siamo nati e a cui siamo affezionati. Ripartiamo da qui aperti alla collaborazione con tutte quelle realtà, associazioni, cittadini, che vorranno collaborare alla tutela e valorizzazione di questo generoso e martoriato territorio.